venerdì 6 novembre 2009

Il viaggio lungo

di Fiodor Passeo


Non me lo perdevo mai.
Ogniqualvolta il traghetto imbarcava il treno proveniente dal sud della Sicilia non mi perdevo mai il mare, la vista del mare immerso nella notte.
Il traghetto attraversava lo stretto intorno alle undici di sera. Sempre lo stesso percorso, ogni sera. Tutta quella gente che usciva fuori da quell'isola con tante cose nel cuore. La marcia iniziava lenta, e a poco a poco cominciava ad accelerare fino a diventare una corsa. Era come se quella terra cercasse di trattenere la sua gente e a poco a poco vi rinunciasse. Io guardavo il mare, sempre il mare, quasi in estasi e il cielo che mi sembrava un altro, e la luna. Rimanevo lì, vicino alla prua, mentre il vento mi spostava i capelli. Era come se mi dicesse mille cose, tutte in una volta, come un'onda che mi travolgeva. Nella brezza e nel vento impetuoso di dicembre. Dal centro della Sicilia alla capitale d'Italia, un viaggio attraverso paesaggi diversi che mi riempivano gli occhi e il cuore. Sembrava pure a volte un viaggio nel tempo. All'inizio un po’ mi dispiaceva che il treno fosse un espresso del dopoguerra e che impiegasse dodici ore e più per arrivare a Roma, ma poi capii che era una grande fortuna. Potevo sentire voci di gente incorrotta dal malessere dei tempi nuovi e come sconvolta dai cambiamenti in corso nei loro piccoli paesi. Il loro modo di dire e di parlare era tutt’uno con il loro modo di essere: sinceri ed espressivi, infelici ma comici, ai miei occhi almeno. Anzi alle mie orecchie; ascoltavo ogni cosa, ma tenevo tutto il tempo gli occhi bassi sui miei libri, universitari e non, fino a quando si spegnevano le luci dello scompartimento. L'orgoglio di quelle persone somigliava tanto al mio, a quello di mio papà, di mia mamma. Mio papà! Mi ero dimenticato la chiave della macchina nella tasca della giacca una volta. Lo avevo lasciato alla stazione senza chiave della macchina e me ne sono accorto solo quando il treno era partito. Mi sono sentito tremendamente in colpa. Avevo telefonato a mia sorella, e lei aveva telefonato ai miei genitori. Poi ho saputo da lei che papà aveva preso il taxi per andare a recuperare a casa la copia della chiave che teneva mia mamma. Aveva voluto diecimila lire, andata e ritorno.
Mi aggiustavo la gola mentre scrivevo sul treno in attesa di sbarcare dal traghetto a Villa San Giovanni, e il suono della mia gola somigliava a quello della gola di mio nonno all'ospedale, la sera prima e quel pomeriggio stesso. Ero tornato per un giorno e mezzo (un po’ di più), facendo dodici ore di viaggio all'andata e al ritorno, perché mio nonno era all'ospedale. L'ictus. Di nuovo. Questa volta era peggio, era stato quasi in coma. Aveva le labbra secche, e nella lingua delle croste, non riusciva a ingoiare, parlava solo facendo minimi gesti e con gli occhi, che apriva di tanto in tanto e stringendomi la mano tra il suo pollice e indice. Stava soffrendo terribilmente. Ogni tanto piangeva, come un bimbo. A me si frantumava il cuore continuamente. Ho cercato di curarlo, di accudirlo...e mi sono sentito impotente. Sono arrivato il giorno dopo l'Immacolata, era un sabato e una bella giornata di sole, il giorno dopo, domenica, pure, un sole primaverile. Sul traghetto a quello squarcio di mare immerso nell'oscurità chiedevo che mio nonno guarisse al più presto,...non sapevo se sarebbe servito a qualcosa, se sarebbe stato meglio per lui sopravvivere oppure no. Chiedevo soccorso al mare e alla luna. Il mio cuore era con lui. Mi sentivo impotente. Quando cercavo di fargli bere un po’ di latte freddo col cucchiaino usciva cattivo odore dalla sua bocca ma si confondeva subito con il profumo del mio amore per lui. -Apri la bocca nonno!- -Bravo, così- -Ingoia, piano piano, ingoia- -Hai ingoiato?- gli chiedevo non appena appoggiavo la sua mandibola al labbro superiore per aiutarlo a ingoiare sebbene cadesse qualche goccia ai lati della bocca. Mi piangeva il cuore ma non avevo tempo per ascoltarlo. Lui stava con gli occhi chiusi. Ogni tanto rispondeva alle nostre domande con un lieve cenno della testa, alzava le palpebre mostrando degli occhi da cui trapelava una sofferenza infinita. La mattina dopo ero a Roma, per l'università; mia mamma mi telefonò, era all'ospedale, davanti al letto di nonno. Il filo del telefono trasmetteva un dolore senza suoni, ma che non era nemmeno silenzio.
Ho smesso di scrivere questo racconto due anni fa, forse perché non me la sono sentita più di continuare. Fatto sta che mi ci sarebbe voluto per finirlo, perché qualche mese dopo mio nonno se n'è andato, forse verso quel mare e quella luna a cui io avevo chiesto aiuto una notte. Adesso non lo so dire se non è servito a niente, o se era sordo quel mare, e quella luna e non mi potevano sentire, ma a me piace pensare che loro mi avevano sentito solo che non potevano fare niente, quasi che mi avessero risposto in un certo qual modo. Io non l'ho saputo subito che mio nonno se n'era andato, perché avevo un esame all'università, e i miei genitori non mi hanno detto niente fino al giorno dell'esame, perché volevano che studiassi senza pensieri, ma se loro me l'avessero detto forse avrei studiato di più, forse c'avrei messo tutta la rabbia che c'avevo dentro, c'avrei messo tutta la mia forza, e l'avrei dedicato a lui quell'esame. Comunque quando sono tornato non c'ho avuto il coraggio di guardarlo il mare, e poi forse non era lo stesso mare di quella sera, perché al ritorno era mattina quando il treno saliva sul traghetto, e c'era un sole forte, cattivo. Nonno l'avevano messo sotto una specie di portico, dove il sole non poteva entrare e sopra la sua foto c'era una frase che c'aveva fatto mettere mio papà, suo figlio che più o meno diceva così: Tu che prima scavavi gallerie di pietra sotto la terra adesso scavi gallerie di luce in paradiso. Io sono stato un po’ a guardare senza guardare, perché le lacrime mi avevano appannato la vista, come ora, e mi veniva voglia di strapparla con le unghie quella lapide, per abbracciarlo l'ultima volta mio nonno, ma non l'ho fatto perché il cemento è più forte dell'uomo, come la notte è più forte della luce, perché la luce prima o poi si spegne mentre il buio non per forza prima o poi si accende.

domenica 25 ottobre 2009

Rosa arruspigghiati

Rosa arruspigghiati vaiu a piscari,
raìs scracchiula m’aspetta a mari
la sira è pratica la luna è netta
li pisci assummanu c’è la maretta
'ncugnati e dunami ‘na vasatedda
o quantu si zuccaru, quantu si bedda
va’ Diu guvernami, va fazzu l’isca
ca ppi strittissimo va fazzu gran pisca.

Comu lu raìs fora niscìu
u beddu monacu rintra trasìu
si spogghia e infilasi rintra lu lettu
Rosa mustrannuci lu veru affettu
mentre ricìanu la litania
aggira ‘nofriu e tuppulìa
facennu sguiddari facìa:
«Cu è ddocu! Cu è ddocu!»
raìs ‘nofriu divintau un focu!
Di tutti li storie antiche e novelle
regna la nostra contessa ‘ragona
e comu a tutti ci arrizza la pelle
parrannu ancora ri sta cristiana bona.
Eo ppi chiunchiuri lu ricu a tutti
ca l’ossa ri li me vrazza l’appi rutti
di Rosa Nutuli parrannu ancora
ca sbagliau mancau e pigghiau ppi fora.


Questa poesia, inviata da Massimo Casella, è trascritta qui per la prima volta, ma appartiene alla tradizione orale da almeno tre generazioni.

mercoledì 21 ottobre 2009

tra proteste che impazzano, politici che litigano, ministri che lodano il posto fisso a parole e lo disprezzano negli emendamenti, è proprio il caso di dirlo: il futuro non è più quello di una volta!!

domenica 18 ottobre 2009

Divagazioni platoniche

A volte penso ai professori universitari al di sopra della burocrazia e di ogni tipo di controllo, che fanno un po’ quello che vogliono; nel corso del dottorato, poi, ho potuto constatare quanto siano sempre troppo impegnati per fare il loro dovere. Preso atto di ciò, ho capito che dovevo far da sola e ho cercato di concetrarmi esclusivamente su Platone, perchè l'oggetto della mia tesi è la parola "toccare" in Platone.
Il primo problema che ho trovato è che su Platone si è detto tutto e di tutto. Ne hanno scritto filosofi, spesso travisando o ignorando il testo stesso di Platone, ma procedendo secondo una loro visione che poi attribuivano a Platone. Basti pensare che si parla tanto di teoria delle idee, ma leggendo Platone non c’è una sola riga che alluda ad essa. Platone non ha mai detto: adesso espongo la teoria delle idee.
Non va meglio, però, con i filologi, che studiano i testi con precisione, ma trasversalmente, citando ora un passo ora un altro di dialoghi diversissimi tra loro, senza una visione d'insieme. Insomma, un rebus. E io ho sempre odiato i rebus.


Leggere uno studio su Platone scritto da un filologo significa mettere in campo tutte le proprie energie mentali. Ho letto di tutto: l’anima in Platone, il sogno in Platone, il concetto di fiducia, Platone e le tecniche, Platone e i miti, lo slittamento semantico nella filosofia di Platone, la visione in Platone, persino gli animali in Platone, la verità, la partecipazione, la comunicazione, l’eros, la poesia, i banchetti; sono pochi quelli che non ho letto (tipo Platone e Freud). Poi ci sono i commenti ai singoli dialoghi: sono tanti, antichi, moderni, ce ne sono alcuni più complessi del dialogo stesso. Prendiamo il Parmenide, su cui il tutor mi ha avvertito: se non si hanno punti fermi, provoca giramenti di capo. Insomma, sul Parmenide si dice di tutto: che sia il fulcro dell’ontologia platonica o anche un gioco, una ginnastica mentale, un enigma, ci sono commenti che lo spiegano dividendolo in corollari e ipotesi e assegnando a ciascuno una lettera: x, y, P, L, che poi vengono combinate tra loro a formare non si sa bene che cosa. Insomma, è lo specchio della follia di ognuno.
Per non parlare poi della linea, una linea che Platone immagina esistere tra il mondo intellegibile e quello sensibile. Bene, quando elenca le cose che fanno parte del mondo intellegibile e le forme cognitive ad esso collegate, a un certo punto dice che di esse fa parte la noesis, che tocca il principio del tutto. Tocca?!! Come tocca? La mia parola! E lì a leggere i fiumi e fiumi di inchiostro sul fatto che la conoscenza allora è intuizione, altri che insistono sulla dialettica, il metodo, i gradi di conoscenza, quelli che sostengono che Platone creda che la conoscenza avvenga per dimostrazione logica, quelli che spiegano in modi vari la parola toccare nel contesto della linea. E io, che giusto giusto studio quella parola in Platone, ho dovuto leggere tutto per poi concludere che Platone quella parola lì l’abbia messa a caso.