di Fiodor PasseoNon me lo perdevo mai.
Ogniqualvolta il traghetto imbarcava il treno proveniente dal sud della Sicilia non mi perdevo mai il mare, la vista del mare immerso nella notte.
Il traghetto attraversava lo stretto intorno alle undici di sera. Sempre lo stesso percorso, ogni sera. Tutta quella gente che usciva fuori da quell'isola con tante cose nel cuore. La marcia iniziava lenta, e a poco a poco cominciava ad accelerare fino a diventare una corsa. Era come se quella terra cercasse di trattenere la sua gente e a poco a poco vi rinunciasse. Io guardavo il mare, sempre il mare, quasi in estasi e il cielo che mi sembrava un altro, e la luna. Rimanevo lì, vicino alla prua, mentre il vento mi spostava i capelli. Era come se mi dicesse mille cose, tutte in una volta, come un'onda che mi travolgeva. Nella brezza e nel vento impetuoso di dicembre. Dal centro della Sicilia alla capitale d'Italia, un viaggio attraverso paesaggi diversi che mi riempivano gli occhi e il cuore. Sembrava pure a volte un viaggio nel tempo. All'inizio un po’ mi dispiaceva che il treno fosse un espresso del dopoguerra e che impiegasse dodici ore e più per arrivare a Roma, ma poi capii che era una grande fortuna. Potevo sentire voci di gente incorrotta dal malessere dei tempi nuovi e come sconvolta dai cambiamenti in corso nei loro piccoli paesi. Il loro modo di dire e di parlare era tutt’uno con il loro modo di essere: sinceri ed espressivi, infelici ma comici, ai miei occhi almeno. Anzi alle mie orecchie; ascoltavo ogni cosa, ma tenevo tutto il tempo gli occhi bassi sui miei libri, universitari e non, fino a quando si spegnevano le luci dello scompartimento. L'orgoglio di quelle persone somigliava tanto al mio, a quello di mio papà, di mia mamma. Mio papà! Mi ero dimenticato la chiave della macchina nella tasca della giacca una volta. Lo avevo lasciato alla stazione senza chiave della macchina e me ne sono accorto solo quando il treno era partito. Mi sono sentito tremendamente in colpa. Avevo telefonato a mia sorella, e lei aveva telefonato ai miei genitori. Poi ho saputo da lei che papà aveva preso il taxi per andare a recuperare a casa la copia della chiave che teneva mia mamma. Aveva voluto diecimila lire, andata e ritorno.
Mi aggiustavo la gola mentre scrivevo sul treno in attesa di sbarcare dal traghetto a Villa San Giovanni, e il suono della mia gola somigliava a quello della gola di mio nonno all'ospedale, la sera prima e quel pomeriggio stesso. Ero tornato per un giorno e mezzo (un po’ di più), facendo dodici ore di viaggio all'andata e al ritorno, perché mio nonno era all'ospedale. L'ictus. Di nuovo. Questa volta era peggio, era stato quasi in coma. Aveva le labbra secche, e nella lingua delle croste, non riusciva a ingoiare, parlava solo facendo minimi gesti e con gli occhi, che apriva di tanto in tanto e stringendomi la mano tra il suo pollice e indice. Stava soffrendo terribilmente. Ogni tanto piangeva, come un bimbo. A me si frantumava il cuore continuamente. Ho cercato di curarlo, di accudirlo...e mi sono sentito impotente. Sono arrivato il giorno dopo l'Immacolata, era un sabato e una bella giornata di sole, il giorno dopo, domenica, pure, un sole primaverile. Sul traghetto a quello squarcio di mare immerso nell'oscurità chiedevo che mio nonno guarisse al più presto,...non sapevo se sarebbe servito a qualcosa, se sarebbe stato meglio per lui sopravvivere oppure no. Chiedevo soccorso al mare e alla luna. Il mio cuore era con lui. Mi sentivo impotente. Quando cercavo di fargli bere un po’ di latte freddo col cucchiaino usciva cattivo odore dalla sua bocca ma si confondeva subito con il profumo del mio amore per lui. -Apri la bocca nonno!- -Bravo, così- -Ingoia, piano piano, ingoia- -Hai ingoiato?- gli chiedevo non appena appoggiavo la sua mandibola al labbro superiore per aiutarlo a ingoiare sebbene cadesse qualche goccia ai lati della bocca. Mi piangeva il cuore ma non avevo tempo per ascoltarlo. Lui stava con gli occhi chiusi. Ogni tanto rispondeva alle nostre domande con un lieve cenno della testa, alzava le palpebre mostrando degli occhi da cui trapelava una sofferenza infinita. La mattina dopo ero a Roma, per l'università; mia mamma mi telefonò, era all'ospedale, davanti al letto di nonno. Il filo del telefono trasmetteva un dolore senza suoni, ma che non era nemmeno silenzio.
Ho smesso di scrivere questo racconto due anni fa, forse perché non me la sono sentita più di continuare. Fatto sta che mi ci sarebbe voluto per finirlo, perché qualche mese dopo mio nonno se n'è andato, forse verso quel mare e quella luna a cui io avevo chiesto aiuto una notte. Adesso non lo so dire se non è servito a niente, o se era sordo quel mare, e quella luna e non mi potevano sentire, ma a me piace pensare che loro mi avevano sentito solo che non potevano
fare niente, quasi che mi avessero risposto in un certo qual modo. Io non l'ho saputo subito che mio nonno se n'era andato, perché avevo un esame all'università, e i miei genitori non mi hanno detto niente fino al giorno dell'esame, perché volevano che studiassi senza pensieri, ma se loro me l'avessero detto forse avrei studiato di più, forse c'avrei messo tutta la rabbia che c'avevo dentro, c'avrei messo tutta la mia forza, e l'avrei dedicato a lui quell'esame. Comunque quando sono tornato non c'ho avuto il coraggio di guardarlo il mare, e poi forse non era lo stesso mare di quella sera, perché al ritorno era mattina quando il treno saliva sul traghetto, e c'era un sole forte, cattivo. Nonno l'avevano messo sotto una specie di portico, dove il sole non poteva entrare e sopra la sua foto c'era una frase che c'aveva fatto mettere mio papà, suo figlio che più o meno diceva così: Tu che prima scavavi gallerie di pietra sotto la terra adesso scavi gallerie di luce in paradiso. Io sono stato un po’ a guardare senza guardare, perché le lacrime mi avevano appannato la vista, come ora, e mi veniva voglia di strapparla con le unghie quella lapide, per abbracciarlo l'ultima volta mio nonno, ma non l'ho fatto perché il cemento è più forte dell'uomo, come la notte è più forte della luce, perché la luce prima o poi si spegne mentre il buio non per forza prima o poi si accende.






